Il magnetron
Dal radar al forno a microonde: il mito di un tubo elettronico oscillante di alta potenza
![]() |
![]() |
La mattina ti svegli, metti il
caffellatte nel fornetto a microonde, aspetti qualche minuto e via!
Questo ingegnoso
elettrodomestico è usato da tante famiglie ma molti ignorano
cosa sia realmente
e come esso funzioni. Nel suo interno c'è un dispositivo
chiamato magnetron: si
tratta di un tubo elettronico (una valvola, tanto per usare un termine
più
"italianizzato" di altri) per altissime frequenze, ovvero per le
microonde (sono classificate per microonde quelle da 300MHz a 3GHz).
Questo
aggeggio nacque, però, parallelamente ad uno strumento per scopi
bellici come
il radar. Ancora oggi il magnetron costituisce uno dei più
validi dispositivi
per generare onde elettriche di alta potenza e frequenza. II primo
modello di
magnetron risale al 1921 per opera di Albert
Wallace Hull che, col suo rudimentale dispositivo, riusciva ad
ottenere
oscillazioni elettriche di lunghezza metrica (frequenze ancora basse
nell'ordine
delle centinaia di megaHertz). Marconi, in quel periodo, cercò
di perfezionarlo
ma, poco dopo, abbandonò il progetto. Solo quando l'industria
militare cominciò
a spingere con veemenza la ricerca sui dispositivi in grado di produrre
oscillazioni di microonde ad alta potenza per munire le forze armate di
radar
sempre più efficaci, il progetto di Hull fu ripreso e migliorato
integralmente.
Non è un caso, perciò, se proprio nel 1940, quando le
industrie belliche
inglesi (e non solo) lavoravano freneticamente, viene costruito il
primo
moderno modello di magnetron. L'opera fu del professore John
Randall e del fisico Mark
Laurence Elwin Oliphant e diretti dal professor Bott,
presso i laboratori di ricerca di Birmingham. Fu
perfezionato, poi, dai tedeschi e dagli americani per i loro nuovi
radar.
II "boom" lo
si ebbe
durante il secondo conflitto mondiale, quando i vari corpi militari
iniziarono
a richiedere alle case costruttrici particolari magnetron dietro
specifiche
richieste tecniche. Allora, anche la Regia Marina italiana chiese alla
società Fivre di Pavia la costruzione di un
particolare tubo oscillante di alta frequenza per i radar da installare
sulle
proprie navi (ma a dire il vero non un vero e proprio magnetron).
I motivi che spiegano la
ricerca di un dispositivo nuovo ed opportunamente studiato per le
oscillazioni
di alta frequenza si concretizzavano nell'impossibilità di
utilizzare i normali
tubi elettronici (triodi, tetrodi, pentodi) a frequenze prossime al
gigaHertz e
con alte potenze in gioco.
Infatti, i normali tubi
elettronici presentano due problemi alle altissime frequenze di cui il
primo
consiste nelle capacità parassite tra i propri elettrodi.
Quella più critica è
la
capacità tra la placca (anodo) e la griglia ma alle alte
frequenze diventano parassite
anche quella tra griglia e catodo e tra placca
e catodo. Con l'aumentare
della frequenza queste capacità parassite, benché di
piccolo valore, non
possono essere considerate trascurabili, anzi influiscono sul
funzionamento del
tubo, abbassandone vertiginosamente il rendimento. Questo vale anche
per gli
effetti induttivi degli elettrodi e dei relativi reofori che alle
frequenze
alte presentano delle reattanze considerevoli. Il risultato è un
circuito più
complesso, composto non solo dal semplice tubo ma anche da
capacità
interelettrodiche ed induttanze elettrodiche (vedi
figura 1). Alle alte
frequenze, gli effetti parassiti capacitivi ed induttivi hanno un peso
tanto
determinante da ridurre drasticamente l'efficienza del tubo elettronico
e,
quindi, la potenza di amplificazione.
Un radar deve usare segnali
impulsivi a frequenza molto elevata ma anche di grande potenza:
più è alta la
potenza che il radar è in grado di "sparare"
nell'etere, più ampio
diventa
il suo "campo visivo", anche in termini di altezza dal suolo. La
necessità di ottenere oscillazioni di alta frequenza e di alta
potenza è
qualcosa di irraggiungibile con i normali tubi, poiché la
frequenza delle oscillazioni,
come detto, è inversamente proporzionale alla potenza delle
stesse. Inoltre,
non c'è da considerare solo il basso rendimento in termini di
potenza, cui va
incontro un normale tubo per questi usi, ma c'è anche un limite
operativo in
termini di frequenza di oscillazione. Ciò a causa della limitata
velocità degli
elettroni nello spostarsi tra gli elettrodi: per oscillazioni di
diversi
gigaHertz la velocità degli elettroni deve essere molto
più alta. Nei tubi
classici, invece, questa velocità è insufficiente,
poiché il tempo impiegato
dall'elettrone per spostarsi tra due o più elettrodi è
superiore al periodo
dell'oscillazione di alta frequenza desiderata. Per esempio, un segnale
a 10
GHz compie un'oscillazione in un periodo di cento picosecondi (100 x 10-12
) e, magari, un elettrone per spostarsi tra due elettrodi, anche
abbastanza vicini,
impiega un tempo nell'ordine dell'unità di nanosecondo (1 x 10-9)
o
molto di più. Per diminuire il tempo di transizione degli
elettroni negli spazi
interelettrodici e, quindi, aumentare la frequenza di
operatività della
valvola, si produssero tubi di piccole dimensioni detti "a ghianda"
(il primo modello risale al 1934, si chiamava "955" e fu costruito
dalla
RCA) e lighthouse per le loro caratteristiche forme: il primo per la
tipica
forma a ghianda, mentre il secondo perché somigliante ad un faro
marittimo. Però,
per diminuire le dimensioni della valvola si avvicinano,
inevitabilmente, gli
elettrodi e si incrementano, di conseguenza, le capacità
parassite. Insomma, i
fenomeni parassiti induttivi e capacitivi ed il tempo di transizione
sono due
problemi differenti (il primo causa abbassamento di rendimento ed il
secondo
limita l'uso del tubo alle frequenze troppo alte) ma strettamente
legati tra
loro, tanto che se si agisce per risolverne uno, si finisce per
peggiorare
l'altro e viceversa.
Proprio per questo motivo,
agli inizi del secolo, l'unica alternativa fu quella di
“virare”
definitivamente dai vecchi esperimenti sui normali tubi per
convogliare l'interesse
scientifico verso nuovi dispositivi. L'attenzione finì per
concentrarsi sui
metodi per aumentare la velocità degli elettroni: nascevano i
primi esperimenti
sulla modulazione di velocità elettronica, consistente
nell'accelerare il moto
degli elettroni tra gli spazi interelettrodici.
Poco dopo, nascono i primi
tubi a modulazione di velocità elettronica per altissime
frequenze: i klystron, i magnetron ed i tubi ad onda
progressiva (T.W.T = Traveling
Wave tube) ed ad onda retroattiva (B.W.T.
= Backward
Wave Tube di tipo "a greca"
e di tipo "carcitron").
LE CAVITÀ
RISONANTI
Prima di analizzare il
funzionamento
del magnetron è necessario fare un breve "excursus" sulle
cavità
risonanti, per chi ne fosse completamente a digiuno. Le cavità
risonanti sono,
sostanzialmente, dei pezzi di ferro con forme e dimensioni ben
determinate e
vuoti all'interno (ecco perché si chiamano cavità). Sono
l'equivalente di un
circuito elettrico con induttanza e capacità in parallelo o
anti-risonatore. Le
forma più consueta delle cavità è quella
toroidale, cioè simile ad una
ciambella ma senza il buco al centro o, molto più spesso, di
forma
semplicemente cilindrica (
figura 2).
La parte centrale delle
cavità
risonanti, laddove c'è lo spazio più stretto, realizza un
vero e proprio
capacitore, per cui le due superfici planari, poste
ad una certa distanza, fungono
da armature di un condensatore ad aria. Se una cavità viene
sollecitata
elettricamente, avviene che tra le virtuali armature del suo
capacitore, e
quindi nella sua parte centrale, si stabilirà un campo
elettrico. Alle due
armature è collegato tutto il resto del telaio della struttura.
II telaio
metallico che si sviluppa attorno alle armature del capacitore centrale
può
essere immaginato come l'unione serrata di tantissime spire metalliche
e
collegate in parallelo tra loro attraverso le due armature. La
figura 2 cerca
di chiarire in modo esaustivo, meglio di tante parole, il concetto di
cavità
risonante. Sempre nella
figura 2, per esemplificazione, sono state
rappresentate solo sei spire collegate in circolo attorno alle armature
del
condensatore centrale ma se immaginassimo una moltitudine di spire di
ferro
rigide e serrate, una strettamente vicina all'altra, capiremmo quale
funzione
implicita ricopre la struttura circolare esterna periferica: quella
dell'induttanza.
Il flusso magnetico generato
da ogni singola spira virtuale si trova come imprigionato in un
condotto
circolare chiuso su se stesso e che si sviluppa per
tutta la lunghezza di
circonferenza attorno alle armature del condensatore virtuale centrale.
Mentre
tra le due superfici planari (cioè le armature) si produce un
effetto
capacitivo con relativo campo elettrico, nel condotto circostante
scorre il flusso
magnetico. Variando la spaziatura tra le due superfici planari al
centro della
cavità, si varia anche la capacità del circuito risonante
a cui equivale la
cavità, modificandone, quindi, la frequenza di risonanza. Di
solito, una sola
armatura è mobile, mentre l'altra è fissa; il movimento
per determinare la
spaziatura delle superfici viene realizzato collegando la superficie
superiore
ad un perno filettato che può, quindi, scorrere verticalmente
attraverso le
banali operazioni di avvitamento e svitamento. La cavità
risonante è, pertanto,
equivalente ad un circuito LC parallelo ma a differenza di un circuito
composto
da induttore e condensatore, in cui i parametri elettrici di induttanza
e
capacità sono concentrati nei rispettivi componenti (induttore e
condensatore,
appunto), nelle cavità, questi parametri elettrici, sono
distribuiti
uniformemente in ogni parte di spazio costituente la struttura stessa.
Il
dimensionamento geometrico di una cavità risonante è
dipesa dalla seguente
equazione matematica:

in cui “fo” è la
frequenza di
risonanza della cavità, “d” è la distanza tra
le due superfici centrali del
capacitore virtuale, “D” è la circonferenza media
del toroide, “A” è l'area
interna descritta dal toroide (o, se vogliamo, l'area interna alle
spire
virtuali che costituiscono il toroide), “S” è l'area
delle
superfici centrali (oppure,
diremmo, l'area delle due armature del capacitore virtuale),
eo è la costante dielettrica del capacitore (ovvero la
costante
dielettrica dell'aria), mo è la
permeabilità del circuito magnetico toroidale
(cioè la permeabilità magnetica dell'aria) ed, infine, 2p,
come tutti sanno, è una costante pari a 6,28. I valori di
mo ed
eo del vuoto valgono rispettivamente:
12,56 x 10-7
e
8,85 x 10-12
per cui il moltiplicatore
dell'equazione, cioè il secondo fattore, equivale ad un valore
costante pari a
47750264.
PRINCIPIO DI
FUNZIONAMENTO
Un magnetron può presentarsi
esternamente come nel disegno di
figura 3. Esso si compone di due parti: il
magnete esterno ed il magnetron vero e proprio. Il magnete esterno
consta di
due blocchi di materiale magnetico di opposta polarità (Nord e
Sud) che creano
un campo magnetico statico nel quale è immerso il tubo
elettronico. Il
magnetron interno, posto parallelamente alle linee di forza del campo
magnetico
(cioè con il suo asse nella stessa direzione delle linee di
forza magnetiche),
presenta, in genere, delle feritoie esterne che fungono da radiatore di
calore
per la dissipazione di energia termica.
Passiamo alla
figura 4 che
mostra uno "spaccato" di un classico magnetron.
Si nota che esso è composto
da
un unico grande blocco che costituisce la placca (cioè l'anodo)
del tubo. Nell'anodo
sono ricavate delle cavità cilindriche di numero sempre pari
(molto spesso le
cavità sono otto). In una delle otto cavità viene posta
una piccola spirale
conduttiva o cappio, grazie a cui è possibile prelevare le
oscillazioni di alta
frequenza e portarle all'esterno sotto forma di segnale elettrico. Il
cappio è
sospeso nel vuoto di una cavità ed essendo quest'ultima, durante
il
funzionamento del dispositivo, sede di un campo magnetico variabile di
alta frequenza
(come del resto anche tutte le altre cavità), per la nota legge
di Lentz, il
cappio, diviene sede di corrente indotta proporzionale alla variazione
del
campo magnetico stesso. Ecco, quindi, che il cappio costituisce il
conduttore
di uscita che porta all'esterno le oscillazioni elettromagnetiche
generatesi
all'interno del magnetron stesso.
Nella regione centrale
dell'anodo c'è un altro spazio cavo di forma cilindrica che
viene chiamato
spazio d'interazione, poiché è qui che interagiscono i
diversi campi energetici di
natura magnetica ed elettrica.
Al centro dello spazio
d'interazione vi è una piccola bacchetta cilindrica sottile che
funziona da
catodo del dispositivo. All'interno del catodo c'è un sottile
filamento
conduttore avvolto a spirale che costituisce il riscaldatore del
magnetron per
consentirne l'emissione termoelettronica. Tra catodo ed anodo,
naturalmente,
deve esserci una differenza di potenziale elettrico, ottenibile con una
batteria in corrente continua.
Sulla placca è collegato il
polo positivo della batteria, mentre sul catodo il polo negativo.
Se non ci fosse il campo
magnetico statico, prodotto dal magnete esterno, per effetto della sola
batteria, il magnetron si comporterebbe come un normalissimo diodo con
il
catodo che emette elettroni per effetto termoionico e l'anodo, di
polarità
positiva, che li raccoglie. In tal caso, la traiettoria degli elettroni
"sparati" dal catodo è rettilinea (vedi tratto A di
figura 5). Ma, in
realtà, il magnetron come già affermato, funziona immerso
in un campo magnetico
statico e questo campo influenza notevolmente la traiettoria degli
elettroni
emessi. A studiare il fenomeno di deviazione delle cariche elettriche
vaganti
in un campo magnetico fu il fisico olandese Hendrik Antoon
Lorentz, vissuto a cavallo tra il XIX e XX secolo e
premio Nobel per la fisica nel 1902. Dei suoi studi è nota la
legge di Lorentz.
Con la regola della mano sinistra, Lorentz, individuava la direzione
della
deviazione di traiettoria che una carica elettrica negativa subiva se
immersa
in un campo magnetico le cui linee fossero ortogonali al suo moto
naturale di
spostamento. La direzione della deviazione è dipesa, quindi, da
una forza
naturale, risultante dall'azione contemporanea di un moto meccanico su
cui
interagisce una forza magnetica: questa forza di deviazione è
detta forza
deviante o forza di Lorentz. Il verso della forza di Lorentz dipende
dal verso
delle linee di forza dell'induzione magnetica, dal verso del moto della
carica
vagante ed, infine, dalla carica elettrica stessa che può essere
positiva o
negativa (la particella che ha carica elettrica negativa è
l'elettrone). La
figura
6 evidenzia come si devono porre le tre dita della mano sinistra
per
individuare la forza di Lorentz su una carica elettrica negativa
(elettrone): innanzitutto,
il pollice, l'indice ed il dito medio devono essere ortogonali tra loro
(cioè
devono formare un angolo retto); con il medio si deve indicare il verso
dell'induzione magnetica dal polo Nord al polo Sud del magnete esterno,
con
l'indice il verso del moto dell'elettrone (moto rettilineo che va dal
catodo
verso l'anodo) ed il pollice ci indicherà il verso risultante
della forza di
Lorentz. Osservando la
figura 5 e supponendo che il campo magnetico statico che
attraversa il magnetron abbia le linee di forza entranti nel foglio, la
forza
deviante tende a spostare l'elettrone verso destra (traiettorie B, C e
D). La
differenza tra le tre traiettorie risiede nella supposizione di campi
magnetici
di intensità differente, per cui la traiettoria C è
riferita, sicuramente, ad
un campo magnetico più forte di quello relativo alla traiettoria
B; ancora di
più per D. Ciò perché la forza di Lorentz è
tanto maggiore quanto più forte è
il valore d'induzione magnetica agente sulla carica e quanto più
alta è la
velocità del moto della carica vagante:
![]()
dove "FL"
è la forza di Lorentz, "B" è l'induzione magnetica, "q"
la
carica dell'elettrone e "v" la sua velocità. Tra le tre
traiettorie
(B, C, D) quella corretta per il funzionamento del magnetron è
la C. Quindi,
l'intensità della forza magnetica deve assumere un preciso
valore di induzione
critica, il cui complesso calcolo è legato al raggio del catodo,
al raggio
dello spazio d'interazione, alla tensione della batteria anodica, al
valore
della carica elettronica ed alla sua massa. L'intensità
dell'induzione
magnetica non deve essere più bassa del valore critico,
altrimenti l'elettrone,
seppur deviato, verrà catturato dall'anodo, né,
tantomeno, più alta del valore
critico, pena una traiettoria cicloidale come quella di D a raggio
troppo
piccolo.
L'aumento dell'intensità del
campo magnetico è direttamente proporzionale
all'intensità della forza di
Lorentz, cosicché il moto dell'elettrone, oltre ad
essere deviato, viene anche
accelerato. Ora resta da capire come si possano innescare e mantenere
le
oscillazioni all'interno del dispositivo.
L'innesco
oscillatorio
Appena viene collegata la
batteria tra l'anodo ed il catodo, gli elettroni emessi vengono tutti
deviati
dalla forza di Lorentz, descrivendo delle traiettorie
simili a quella di C. Percorrendo
questa traiettoria, l'elettrone si avvicina alle feritoie delle
cavità
risonanti anodiche, sfiorandole (
figura 7-casi B e C).
Poiché ogni feritoia
realizza
un condensatore virtuale (le cui armature sono gli stessi bordi
metallici della
placca che delimitano ogni feritoia), quando
l'elettrone si avvicina ad un
bordo della feritoia, quest'ultimo si polarizza come una normale
armatura di un
condensatore (caso B). Poi, l'elettrone, continuando la sua traiettoria
cicloidale che lo porterà a ricadere di nuovo sul catodo, si
allontana dal
bordo della feritoia, precedentemente polarizzato, e si avvicina
all'altro
bordo, polarizzando quest'ultimo (caso C). Nel frattempo, il bordo
polarizzato
precedentemente, a causa dell'allontanamento della carica, perde
gradualmente
la polarizzazione (diventa, cioè, positivo rispetto all'altro).
Quindi, durante
la traiettoria cicloidale, l'elettrone polarizza prima un bordo e poi
l'altro,
creando un'inversione di polarizzazione nel condensatore virtuale di
ogni
feritoia anodica.
Ora, se teniamo in
considerazione la grande velocità con cui questo elettrone
accelerato dalla
forza di Lorentz percorre la traiettoria C, ci rendiamo conto con quale
altissima velocità viene prodotto il cambiamento di
polarizzazione dei
condensatori virtuali di ciascuna feritoia. Questa variazione di campo
elettrico rappresenta uno spunto oscillatorio. Proprio così: il
condensatore
virtuale, con l'iniziale spostamento elettronico, diviene sede di una
variazione di differenza di potenziale ai suoi capi, cioè di una
variazione di
campo elettrico nel suo dielettrico (ovvero il vuoto nell'interstizio
di ogni
feritoia), cioè di un'oscillazione. Questa iniziale oscillazione
di spunto
basta, poi, a produrre un perenne fenomeno auto-oscillatorio. Infatti,
il
condensatore virtuale di ogni feritoia è collegato ad una
cavità anodica che ne
realizza la parte induttiva di un circuito risonante (vedi sopra).
Ciò
significa che, nel magnetron preso d'esempio, ci sono ben otto circuiti
risonanti LC che iniziano ad oscillare alla loro frequenza di risonanza
nel
momento in cui viene collegata
la batteria di corrente continua ai due elettrodi del tubo. Quindi,
nelle
cavità anodiche si stabilirà un'oscillazione di campo
magnetico, mentre tra le
feritoie un'oscillazione di campo elettrico che chiameremo "campo
elettrico a radiofrequenza" o, semplicemente "campo a R.F.".
La
conservazione dell'auto-oscillazione
e le nubi elettroniche
Finché non viene scollegata
la
batteria tra anodo e catodo, l'auto-oscillazione non cesserà
mai. Il
mantenimento a regime del fenomeno auto-oscillatorio è dovuto
alla presenza del
campo elettrico R.F. che, una volta innescato, provvederà ad
autosostenersi
fino a quando non scollegheremo la batteria ed interromperemo, di
conseguenza, l'emissione
degli elettroni dal catodo. Poiché il campo elettrico a R.F.
innescato è
variabile nel tempo, gli elettroni emessi in continuazione dal catodo
possono
essere "sparati" in momenti e in aree dello spazio d'interazione in
cui il campo elettrico risultante è frenante o accelerante. Il
campo elettrico
risultante si dice accelerante quando e dove quello a R.F. possiede lo
stesso
verso del campo elettrostatico prodotto dalla batteria (
figura 7/bis). In tal
caso, la forza elettrica risultante è la somma aritmetica della
forza
elettrostatica e del valore istantaneo della forza elettrica del campo
a R.F.. Il
campo elettrico risultante è frenante allorché il verso
del campo a R.F. è
opposto a quello del campo statico (
figura 7/bis). Gli elettroni che fuoriescono
sotto l'azione di un campo elettrico accelerante assorbono energia da
questo;
tale energia viene convertita dalla natura elettrica a quella meccanica
e
l'elettrone accelera il suo moto notevolmente. L'accelerazione del moto
dell'elettrone produce, per riflesso su se stesso, un incremento della
forza
deviante, con il risultato che oltre ad accelerare in velocità
esso è anche
sottoposto ad un incremento della forza di Lorentz che lo virerà
bruscamente a
destra nella traiettoria (vedi sopra l'equazione della forza di
Lorentz). Questi
elettroni che fuoriescono sotto l'azione di un campo accelerante,
acquisendo
energia ed accelerando il loro moto, costituiscono particelle
elettriche particolarmente
"pericolose".
Ma, data la fortissima
velocità e la forte deviazione, che le fa descrivere una
traiettoria a breve
raggio (vedi, ad esempio, la traiettoria D di
figura 5),
permangono per tempi
brevissimi nel vuoto dello spazio d'interazione, dopodiché
verranno assorbiti
dal catodo. Ciò che, invece, interessa analizzare per
comprendere il
funzionamento del magnetron è la fuoriuscita di elettroni nel
momento e negli
spazi in cui il campo elettrico risultante è frenante: questi
elettroni vengono
chiamati cariche utili, a sottolineare che proprio essi sono
responsabili del
corretto funzionamento del dispositivo e del sostentamento perpetuo
delle sue
oscillazioni. Le cariche utili, cioè quelle emesse sotto il
campo elettrico
frenante, essendo frenate nel loro normale moto, diminuiscono
notevolmente la
velocità ed anche la loro traiettoria cambia. Infatti, se
diminuisce la
velocità, diminuisce anche la forza deviante di Lorentz (vedi
sopra la
relazione matematica della, forza di Lorentz), per cui la nuova
traiettoria
diviene quasi rettilinea (simile a quella di B in
figura 5), dirigendo l'
elettrone verso l'anodo. Il rallentamento del moto, a sua volta, fa in
modo che
la carica utile, per percorrere la nuova traiettoria quasi rettilinea
verso
l'anodo, impieghi più tempo di quanto ne avesse impiegato sotto
l'azione del
campo elettrico accelerante o sotto l'azione del singolo campo
elettrostatico
della batteria. Inoltre, le cariche utili, frenate dal campo, hanno
ceduto la
loro energia cinetica ed, ora, continuano il loro lento moto per la
sola
inerzia meccanica. Avvicinandosi, però, all'elettrodo di anodo
si ricaricano,
man mano, di nuova energia.
Quale energia ?
L'energia del campo
elettrostatico della batteria anodica.
Ma la velocità del loro moto
è
ancora notevolmente debole ed, intanto, il tempo scorre, per cui il
"frenetico" campo elettrico a R.F. compie una completa oscillazione e
ritorna di nuovo a stabilire un campo frenante quando essi sono ancora
nello
spazio d'interazione. Quindi, cedono nuovamente l'energia meccanica
propria che
avevano riguadagnato avvicinandosi all'anodo. Questo loro tormentato
viaggio
durerà per diversi cicli oscillatori del campo elettrico a R.F.,
finché non
toccheranno, finalmente, l'anodo. Ma altre cariche utili, dietro di
esse,
ripercorrono, come in un "treno senza fine", lo stesso viaggio
tormentato.
A tal punto, possiamo trarre tre considerazioni sul funzionamento del
magnetron,
di seguito enumerate:
1. Gli
elettroni uscenti dal catodo sotto il campo accelerante (elettroni
pericolosi)
assorbono energia dal campo R.F. ma essi, subito dopo, scompaiono
dallo spazio d'interazione,
ricadendo sul catodo.Gli elettroni utili, invece, ogni qualvolta
vengono
frenati, cedono energia cinetica al campo a R.F., alimentando
quest'ultimo ed
evitando, perciò, che si smorzi. Ecco il segreto del magnetron:
le oscillazioni
permangono dopo l'innesco perché il campo elettrico a R.F.
assorbe ripetutamente
energia dagli elettroni utili. E ne assorbe anche in quantità
maggiore rispetto
a quella che deve cedere agli elettroni pericolosi. Infatti, questi
ultimi
svaniscono subito, mentre gli utili, con i continui rallentamenti,
vengono
fatti permanere per molto tempo nello spazio d'interazione e, per tutto
questo
tempo, verranno letteralmente "sfruttati" dal campo R.F. per farsi
trasferire quanta più energia possibile dal campo elettrostatico
soggiacente
della batteria. È possibile affermare, quindi, che gli elettroni
utili, nel
loro lento e tormentato tragitto verso l'anodo, fungono da semplice
mezzo di
trasferimento energetico; trasferimento che avviene dal campo
elettrostatico
soggiacente a quello oscillatorio a R.F., attraverso le trasformazioni:
energia
elettrica (quella della batteria)àenergia meccanica (quella cinetica
della cariche utili)
àenergia elettrica
(quella assorbita dal campo R.F. per sostenersi). Concludendo su questa
prima
considerazione, le oscillazioni innescate si preserveranno
perché il campo
elettrico R.F. assorbe, ripetutamente, energia dalle cariche utili ed
in
quantità complessivamente maggiore rispetto a quella ceduta alle
più effimere
cariche pericolose.
2.
Il lento
progredire delle cariche utili produce un loro addensamento in varie
zone dello
spazio d'interazione. Quel "treno senza fine", di cui si scriveva
sopra, rende bene l'idea di veri e propri flussi elettronici diretti
dal catodo
verso l'anodo. Si tratta, in sostanza, di nubi elettroniche a forma di
raggi
(vedi
figura 8). Il numero dei raggi è sempre pari al numero delle
cavità
presenti nel blocco anodico perché, osservando la
figura 8, i bordi dell'anodo
si polarizzano elettricamente o con il polo positivo o con quello
negativo e le
nubi elettroniche verranno attirate solo dai bordi anodici che, in una
determinato momento, hanno assunto polarità elettrica positiva.
Nel caso più
frequente, con otto cavità anodiche, le nubi elettroniche
costituiscono quattro
raggi. Inoltre, i raggi elettronici, durante il funzionamento del
magnetron,
girano continuamente intorno al catodo (che ne costituisce, quindi,
l'asse
centrale) ad una velocità detta velocità di sincronismo.
La rotazione dei raggi
elettronici avviene perché la velocità dell'oscillazione
del campo elettrico a R.F. è maggiore di quella media degli
elettroni utili, ovvero il periodo
dell'oscillazione di campo elettrico è molto inferiore al tempo
che le cariche
utili impiegano per percorrere il tragitto dal catodo all'anodo. Per
questo
motivo, la rotazione di polarità dei bordi anodici (rotazione
che segue,
naturalmente, il campo elettrico a R.F.), essendo più repentina,
costringe i
raggi elettronici a ruotare angolarmente. In
figura 8 si nota anche una nube
elettronica nell'area strettamente circostante il catodo: si tratta,
come
facilmente intuibile, dell'addensamento delle cariche pericolose che,
emesse
dal catodo sotto l'azione di un campo elettrico accelerante, vi
ricadono subito
dopo.
3. Il
magnetron può essere considerato, semplificando di molto, come
l'equivalente di
un triodo in cui la funzione di controllo dell'elettrodo di griglia
è sostituita
dal campo magnetico.
PROBLEMI PRATICI DEI
MAGNETRON A CAVITÀ
Uno dei principali problemi
dei magnetron a cavità risonanti consiste nella produzione di
oscillazioni
armoniche indesiderate. Queste devono essere eliminate, mentre solo
l'oscillazione fondamentale costituisce quella utile da prelevare al
cappio
d'uscita. L'oscillazione fondamentale rappresenta quella per cui i
bordi
adiacenti del blocco anodico si polarizzano elettricamente in perfetta
opposizione di fase, cioè come visibile nelle figure
7 (caso B e C) e
8. Del
resto, l'accoppiamento della feritoia (che costituisce un condensatore
virtuale) con la cavità (che costituisce il circuito magnetico),
realizzando un
normale circuito risonante, produce, come in tutti i risonatori reali,
dei
segnali spuri di frequenze armoniche alla fondamentale.
Queste oscillazioni
indesiderate si sviluppano e permangono durante tutto il funzionamento
del
dispositivo, coesistendo con l'oscillazione fondamentale. Le
oscillazioni
indesiderate che si generano in un magnetron a cavità sono in
quantità pari
alla metà del numero delle cavità risonanti meno uno.
Facciamo un esempio: se
le cavità sono otto, si generano tre oscillazioni armoniche di
frequenza
inferiore alla fondamentale; la quarta oscillazione rappresenta quella
fondamentale. Chiameremo o1, o2 ed o3 le tre oscillazioni armoniche ed of
quella fondamentale. Chiameremo, inoltre, “modo
fondamentale” il
corretto funzionamento del magnetron per cui si ottiene l'oscillazione
fondamentale of e modi armonici
quelli relativi alle oscillazioni armoniche indesiderate.
L'oscillazione
fondamentale of equivale alla quarta
oscillazione ed è quella normale in un dispositivo ad otto
cavità. La terza
oscillazione armonica o3, cioè quella
con frequenza subito inferiore alla fondamentale, è quella
corrispondente ad un
magnetron a sei cavità; la seconda o2
e la prima armonica o1 coincidono ad
oscillazioni, rispettivamente, per quattro e due cavità. Nella
figura 9 è
mostrato un tipico campo elettrico, nello spazio interelettrodico, che
si
genera a causa della prima oscillazione al di sotto della fondamentale
cioè la
terza oscillazione armonica o3. Si
nota che il campo elettrico generatosi è disforme e ciò
è dovuto al fatto che i
poli elettrici che lo generano non sono ben corrispondenti ai bordi
anodici tra
le feritoie ma si sono stabiliti come se nel blocco anodico ci fossero
sei
cavità e non otto. Infatti, rispetto al corretto modo di
funzionamento (ovvero
quello fondamentale), i poli sono più distanti tra loro lungo la
circonferenza
e le linee di forza del campo elettrico sono più lunghe.
Come eliminare queste
oscillazioni armoniche indesiderate ?
I metodi, sostanzialmente,
sono due: la “cortocircuitazione” e la “tecnologia a
sole”.
La “cortocircuitazione”
consiste nel cortocircuitare, con delle sottili barre, i bordi anodici
che,
durante il funzionamento, hanno sempre la stessa polarità
elettrica nel “modo
fondamentale”. Ciò significa cortocircuitare i poli
elettrici che, nel modo
corretto di funzionamento (fondamentale), sono in fase elettrica tra di
loro. È
semplice intuire perché con la “cortocircuitazione”
si risolve l'eliminazione
delle oscillazioni indesiderate: si agisce forzando il campo elettrico
per il funzionamento
del solo “modo fondamentale”. Per chiarire meglio, si
osservi di nuovo la
figura
9 e si noti che i poli elettrici instauratisi corrispondono a zone
che,
secondo il “modo fondamentale”, dovrebbero essere altrove;
se cortocircuitiamo,
come in
figura 10, i poli elettrici in alternanza (uno si, uno no), non
diamo
la possibilità che si generino poli elettrici intermedi a quelli
del “modo
fondamentale” e, quindi, forziamo le polarizzazioni lì
dove ci sono i punti di
saldatura delle barre di cortocircuitazione. Naturalmente, i punti di
saldatura
vengono effettuati al centro di ogni bordo anodico, tenendo presente,
in tal
modo, quale deve essere la giusta polarizzazione durante il
funzionamento del
magnetron, ovvero la polarizzazione del “modo
fondamentale”. La “tecnologia a
sole” risolve il problema dell'eliminazione armonica attraverso
la costruzione
di un blocco anodico dalla caratteristica forma di un sole circondato
da raggi
(vedi
figura 11). La profondità delle cavità, a forma di
raggi, determina la
frequenza delle oscillazioni. II rapporto tra la profondità
della cavità più
grande e la profondità della più piccola determina,
invece, il disaccoppiamento
tra il modo fondamentale e i modi armonici: questo rapporto deve essere
pari a
due (la cavità più grande ha una profondità doppia
a quella della più piccola).
Le frequenze armoniche sono pari alla metà del numero delle
cavità presenti nel
blocco anodico meno uno. Nell'esempio di
figura 11, essendoci dieci cavità, le
frequenze armoniche sono quattro, mentre la quinta oscillazione
coincide con
quella del modo fondamentale.
Delle quattro frequenze
armoniche le prime due (o1 e o2) sono
determinate dalle cavità più profonde,
le altre due (o3 e o4) dalle
cavità meno profonde. La
frequenza fondamentale of, invece, è
determinata da entrambi i tipi di cavità, per cui dipende dal
rapporto di
profondità di queste.
Per finire, ecco qualche
informazione costruttiva. Le aziende che costruiscono magnetron sono,
grosso
modo, le stesse che producono normali valvole elettroniche (per quel
poco d'uso
che se ne fa ancora oggi, seppur indispensabile) o aggeggi elettronici
di ogni
genere: particolarmente famose sono quelle della statunitense Raytheon,
da
sempre impegnata nelle costruzioni militari (tra cui i radar) e nella
produzione di elettrodomestici (tra cui i forni a microonde) e la
Varian
Associates Inc. Ma ce ne sono altre di aziende che producono questo
genere di
tubo come, ad esempio, Siemens, Philips ecc.. Per i forni a microonde
si usano
molto anche i klystron e comunque le potenze richieste sono basse (da
poche
centinaia di Watt a poco oltre il il kiloWatt) e la frequenza intorno
ai 2,5
gigaHertz (pensate, le molecole delle parti liquide degli alimenti si
riscaldano perché si polarizzano nei due versi due miliardi e
mezzo di volte al
secondo). Per i radar la produzione di magnetron spazia su di una
più vasta
scelta di modelli in base a potenza di emissione e frequenza di lavoro:
i più
potenti "sparano" in etere oltre un gigaWatt (cioè più di
1000
kiloWatt), mentre i meno potenti devono essere, perlomeno, da 20-30
kiloWatt. È
possibile raggiungere queste alte potenze dato che, nei radar, il
funzionamento
è a regime impulsivo (impulsi di pochi kiloHertz) e non a regime
continuo come
nei forni a microonde o nei forni industriali di essiccamento. Le
frequenze,
per le applicazioni radar, vanno da oltre il gigaHertz ad oltre 50 GHz
(il
modello 4J47, ad esempio, può lavorare intorno ai 3,5 GHz).