Viva l' analogico
Come emulare un potenziometro a sensori
totalmente composto da elementi
lineari
Sono
convinto che i circuiti dagli schemi non oberati da eccessivo numeri di componenti o da particolari tarature,
bensì, di
immediata costruzione e dal celere funzionamento, siano quelli che
attirano
maggiormente sia i principianti che i più esperti sperimentatori
elettronici. Un
circuito semplice, facile da assimilare teoricamente e non gravoso
nella
realizzazione pratica è, in genere, quello che viene studiato
con più interesse ed impegno e che dà la
possibilità di avvicinarsi realmente
al mondo dell'elettronica.
Studiare
l'elettronica significa scoprirne meccanismi, comprendere i suoi
"arcani
misteri" (si fa per dire). Liberarsi un po' da
questa
moderna modularità concepita oggi come assemblaggio di sistemi
più o meno
complessi dei quali magari ignoriamo anche il funzionamento elettrico.
Oggi si considera ad esempio un elettronico l'assemblatore di personal
computer, addirittura il commerciante di apparecchiature
audio e radio-TV o un avvenirista elettronico chi sa usare bene un
ricevitore
per telesatelliti o chi è in grado
di impiantare un
sistema d'antenna. Ebbene, all'insegna della sperimentazione semplice
ma
costruttiva e sorprendente, ho deciso di proporre un circuitino
che già da qualche anno ho
realizzato e che funziona
tuttora in maniera a dir poco egregia. Si tratta di un vero e proprio
potenziometro a sensori totalmente lineare. Ricordo quando costruii il
primo
prototipo e quando, dopo una giornata di ritocchi e perfezionamenti,
riuscii a
farlo funzionare correttamente; fu allora motivo di grande
gioia e soddisfazione, nonostante la semplicità elettrica del
circuito. Oggi,
rivedendolo bene. non esiterei a definirlo
un
"ibrido", poiché, a sentir parlare di potenziometri a sensori
manovrabili tramite pulsanti o sfioramento piastrine metalliche, viene
subito
in mente il classico circuito digitale con il tradizionale contatore
4017 ed
una manciata di switch pilotati come i
4066. Questo
circuito, invece, funziona totalmente in analogico, in modo da offrire
una
maggiore semplicità circuitale ed un più facile ed
immediato interfacciamento con altri
sistemi lineari.
II
circuito
Come
si può
notare dallo schema di figura
1, gli unici componenti
attivi utilizzati sono i due amplificatori
operazionali CA3130 siglati U1 e U2.
Il
secondo
funge da stadio separatore con il piedino invertente cortocircuitato
all'uscita
(inseguitore di tensione con guadagno unitario).
Lo
stadio
separatore ha una funzione molto importante in elettronica in
quanto favorisce il giusto adattamento delle impedenze tra IN e
OUT per
un corretto pilotaggio in uscita. Il CA3130, di
cui vediamo i
due probabili packages in figura 2,
e un amplificatore operazionale in tecnologia BIMOS. Gli
stadi di ingresso ed uscita interni sono
composti da
transistori MOSFET, mentre quello intermedio, che produce
essenzialmente il
guadagno, è realizzato con normali transistori bipolari. Si
è scelto l'uso del
3130 perché, essendo costruito in tecnologia MOSFET, presenta
ottime
caratteristiche, prossime a quelle dell'amplificatore operazionale
"ideale" e cioè:
·
impedenza di ingresso molto elevata e di uscita
molto bassa che
consente un alto guadagno ed alta potenza di pilotaggio in uscita (anche con carichi molto elevati);
·
basso sbilanciamento e deriva in ingresso;
·
ottimo slew-rate
(velocità di salita).
Lo
stadio
IC1 lavora come un normale comparatore; il suo piedino non-invertente
(pin 3),
grazie al partitore resistivo R1/R2,
è fissato ad un
valore di potenziale positivo che, rispetto
alla
massa, è pari alla metà della tensione di alimentazione.In
tal modo, l'armatura sinistra di C2 tenderà a caricarsi alla
tensione di alimentazione Vcc con una
costante di tempo pari a:
![]()
Poiché la
stessa armatura del condensatore è anche collegata al pin 2 di
U1, la sua carica provocherà l'innalzamento del
potenziale all'ingresso
invertente del comparatore provocando, in tal modo, una diminuzione
lineare
della tensione elettrica all'uscita dello stesso (pin 6). Nell'istante
in cui
si toglierà il dito dal sensore S1, il livello di potenziale
all'uscita di U1, che era in fase
discendente, si bloccherà e rimarrà
tale sino a quando non sfioreremo nuovamente i sensori. La
realtà di questo effetto
"memorizzazione" è facilmente intuibile: togliendo il dito dal
sensore S1, il condensatore C2 non avrà più modo di
caricarsi alla tensione di
alimentazione, né di scaricarsi, poiché è come se
si trovasse connesso ad un
"ramo appeso" in aria e cioè non collegato elettricamente al
circuito.
In verità l'armatura
sinistra del condensatore C2, osservando bene lo schema,
non è un vero e proprio ramo appeso in quanto connesso,
comunque, al pin
2 di U1. Ed ecco il pretesto per motivare la scelta di un operazionale
in
tecnologia BIMOS con altissima resistenza di ingresso.
Infatti, l'alta resistenza di ingresso del
3130
comporta un assorbimento di qualche decina di picoampere
(pA), cioè un assorbimento talmente
esiguo da poter
essere considerato trascurabile. Logicamente, per quanto le condizioni
possano
essere ottimali, c'è sempre da considerare le inevitabili
correnti di perdita
del condensatore attraverso l'ingresso invertente dell'amplificatore
operazionale, cosicché il valore di tensione di
uscita
memorizzato, deriva gradualmente del 2% circa verso lo zero elettrico.
Sfiorando con il dito l'altro sensore S2, consentiremo le
lenta e lineare scarica elettrica dell'armatura sinistra di C2
verso il
potenziale zero, tramite la resistenza del nostro corpo.
L'amplificatore
operazionale U1 effettuerà,
così, una comparazione
lineare tra i potenziali ai suoi ingressi e poiché la tensione
all'ingresso si
affievolisce gradualmente rispetto a quella fissa e stabile
dell'ingresso non invertente,
esso produrrà in uscita (pin 6) un aumento altrettanto graduale
caricando, in
tal modo, l'armatura destra di C2. Si può ben notare, quindi,
che il
comportamento delle due armature del condensatore è
perfettamente
complementare: ovvero, se un'armatura subisce lo scaricamento
elettrico,
l'altra subirà, di conseguenza, il reciproco e simmetrico
caricamento, fermo
restando che la differenza di potenziale (d.d.p.) ai capi del
condensatore
rimarrà costante durante tutto il ciclo di funzionamento.
Quindi, la
conclusione è che ponendo a contatto le piastrine metalliche dei
sensori con la
pelle delle nostre dita provocheremo
l'innalzamento
(sfiorando S2) o l'abbassamento (sfiorando S1) lineare della tensione
di uscita
potendo, in tal modo, pilotare qualsiasi altro dispositivo comandato in
tensione.
II master e la realizzazione pratica
Il numero di
componenti necessario per la realizzazione
del
potenziamento a sfioramento è molto ridotto, pertanto chi non
volesse entrare
alle prese con cloruro ferrico,
trasferibili e vetronite può
divertirsi a metter subito mano al saldatore
montando il tutto su una basetta millefori.
Per lo
sperimentatore elettronico che vuole realizzare molti prototipi
velocemente e
senza perdere troppo tempo per l'incisione dei circuiti stampati,
consiglio il
montaggio con tecnica wire-wrap dopo
essersi munito
di una basetta millefori, una bobina di
sottile
cavetto monofilare flessibile (e facile da
spellare),
una manciata di piccoli connettori a
tulipano con
piedini molto lunghi (una derivazione degli zoccoli per integrati) ed
il
classico arnese per avvolgere il filo attorno al pin (in commercio si
trovano
anche delle più comode pistole elettriche avvolgitrici). Comunque,
per chi volesse un montaggio più pulito ed ordinato, in figura 3
c'è il master del circuito stampato (layer)
e la disposizione dei componenti (silkscreen).
I due piccoli sensori possono essere
realizzati su due quadratini di bachelite o vetronite
di 1 cmq, magari con i ritagli avanzati
dalla
lavorazione della basetta principale. Su tali quadratini andrà
incisa una piccola grata, come in figura 4,
ponendo i due "pettini" quanto più vicino possibile fra loro ma
facendo attenzione a non porli a contatto elettrico. Infine se si
preferiscono
dei pulsanti ai sensori, si può optare
per la
soluzione visibile in figura 5:
basta
inserire in serie ai pulsanti due resistenze da 1 Mohm
ciascuna, come emulazione dell'alta resistenza della nostra pelle.
L'alimentazione
può spaziare tra i 9 ed i 30 Volt.